Corso di Regia dell’Accademia di Belle Arti di Roma
Porta di ingresso
di Fernanda Moneta
Fare cinema non è solo estetica, non è solo business, ma anche vita quotidiana dedicata alla creazione di valore. Cinema = audio+video (il supporto non conta).
Il pilastro su cui si regge l’Accademia di Belle Arti è l’interscambio continuo e diretto tra allievi e docenti all’interno dei laboratori e spesso anche fuori, oltre l’orario di lezione: un po’ come stare in una tribù. Uno scambio che è anche orizzontale: fatto di interazioni e ibridazioni tra un laboratorio e l’altro. La lezione è un gioco di squadra, nasce dal saper lavorare in team, confrontarsi e scontrarsi: tutto questo non ricorda da vicino l’esperienza del fare cinema a maggior ragione oggi che tutto è tradotto in codice 1/0?
La convergenza delle reti e la diffusione di Internet veloce hanno spostato l’attenzione dall’hardware ai contenuti digitali – informazioni, comunicazione, musica, audiovisivi come film e giochi -, la cui produzione sta assumendo un ruolo prioritario nell’economia dei Paesi dell’OCSE. Il digitale abbassa i costi della produzione creativa e Internet aumenta la portata della distribuzione e il suo livello di specializzazione, dando la possibilità di raggiungere mercati di nicchia.
I media digitali e la rete stanno ridefinendo il ruolo dello stesso autore e cambiando l’offerta creativa. Ma quello che diceva Rossellini, che il cinema è una tigre di carta e che si impara facendolo, sottendeva che dietro l’arte c’è un lavoro, ci sono lavoratori, esigenze concrete, diritti da tenere stretti, leggi e contratti da rispettare, paghe da incassare, etc. vale ancora oggi. Chi nega questo, evidenziando il lato magico e anarchico del cinema come se fare un’opera audiovisiva fosse una navigazione in solitario, la quale non ha un costo e dunque un prezzo, sta solo cercando di preservare subdolamente dei privilegi.
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